IN SINTESI, TRATTA DALLA SUA OPERA:
"SAN MARCO DEI CAVOTI:
DALL'ANTICA SAN SEVERO BENEVENTANA ALLA SCOMPARSA DEL FEUDO",
SAN MARCO DEI CAVOTI, adagiato su un'amena collina,
nell'alto bacino del fiume Tammaro, con una superficie territoriale
di kmq 48,78, uno dei più estesi degli undici comuni facenti parte della Comunità Montana Fortore, dopo San Bartolomeo in Galdo (kmq.
83,31) e San Giorgio la Molara (kmq.65,32), a metri 695 sul livello
del mare, una volta in Principato Ultra, ora, dal 1861, in provincia
di Benevento, presenta un'origine di notevole interesse.
Esso dista da Benevento 36 km è disposto sulla Statale 369, dopo Pietrelcina
e Pesco Sannita. Il nucleo originario è raccolto sulla sommità di un
rilievo, ma il paese si espone verso Nord e Nord-Est, con quartieri
dalla struttura a scacchiera.
Si deve premettere che, nel territorio del suo comune nei tempi sanniti,
esisteva la città di Cenna, nella zona ora denominata Zenna.
Nello stesso territorio, quando Cenna era già distrutta da secoli, sorse
il castello di San Severo [ - oggi contrada Santa Barbara - ], che rimase abitato sino alla metà del secolo XIV, quando
per un seguito di circostanze avverse, si spopolò completamente, e le
sue case furono distrutte. Dapprima le carestie del 1333-34, del 1337,
del 1342, del 1345 e 1347, ridussero agli estremi la sofferta popolazione
del castello; poi vi si aggiunse la gravissima peste del 1348.
Come se questo non bastasse, l'invasione del regno di Napoli da parte
del re d'Ungheria Luigi il Grande, dapprima in quello stesso 1348 e
poi una seconda volta nel 1350, fece scomparire il borgo.
Fra l'una e l'altra invasione, si ebbe anche il disastroso terremoto
del 9 settembre 1349, che recò danni irreparabili al castello di S.
Severo.
Fu così che questo feudo, che era passato da un feudatario all'altro,
si trovava in quel momento nelle mani della famiglia dei Shabran,
conti di Ariano e di Apice e feudatari di quella terra, venuta in Italia
al seguito di Carlo I d'Angiò.
Ora, morto Guglielmo di Shabran nel 1352, gli successe in tutti i suoi
domini il figlio Luigi. Rimasto spopolato e distrutto il feudo di S.
Severo, Luigi Shabran aveva tutto l'interesse di ripopolare la
zona, sia perché il suo feudo riacquistava importanza sia ancora per
l'interesse personale che gliene proveniva dalla ripopolazione della
zona. Egli allora bandì l'invito in proposito con condizioni quanto
mai favorevoli per quanti l'avessero accolto. Fu così che un folto gruppo
di Provenzali diede ascolto a quella voce: era l'anno 1356.
Così come oggi appare San Marco non ci
fa pensare neppure lontanamente ai Provenzali. Di qui la necessità
di presentare alcune considerazioni particolari per chiarirne l'origine.
L'espressione "dei Cavoti" è una adattazione e trasformazione
posteriore dell'espressione originale "de Gavotis", che noi troviamo
largamente attestata nei secoli.
Ora Gavots erano detti gli abitanti di Gap,
città della Provenza nel Delfinato. Di qui la parola Gavotte, che è una danza che veniva ballata dagli abitanti di Gap, e perciò da questi Provenzali
. Ci rendiamo, così, esattamente conto come l'espressione "dei Gavoti",
poi trasformata in "dei Cavoti", equivalga a "provenienti
dalla città di Gap", quindi a Provenzali.
L'origine provenzale del paese spiega, poi, perché costoro, dovendo
fondare un paese completamente nuovo, scelsero come nome San Marco.
Nella famiglia Shabran la devozione verso San Marco, santo vescovo di Bovino di Puglia, era vivissima. Si deve a questa famiglia la
creazione a Benevento della parrocchia di "San Marco dei Sabariani"
(adattamento popolare di Shabrariani).
Il termine "provenzale" nel suo momento originario ha avuto non
tanto un contenuto di ordine linguistico ma piuttosto politico perché
l'insediamento era legato all'iniziativa della dinastia angioina, percepita
sul posto e nei dintorni come dinastia provenzale.
Per comprendere, poi, ancora meglio l'evoluzione storica dobbiamo tener
presente che i re Angioini di Napoli, che stettero sul trono della città
partenopea dal 1266 al 1435-1442, provenivano dalla Provenza e avevano una particolare predilezione per i loro connazionali, considerandoli
come loro fedelissimi nel regno di Napoli: di qui i diplomi emanati
dai re Carlo I, Carlo II e Roberto, nell'invitare i Provenzali a
stabilirsi nel regno di Napoli, concedendo loro amplissimi privilegi
di esenzioni fiscali.
Risulta così chiara l'origine provenzale di S. Marco dei Cavoti.
Del resto qualcosa che ricorda ancora la presenza dei Provenzali nel
paese non manca neppure oggi come la torre dei Provenzali, in
seguito trasformata in campanile della chiesa parrocchiale, la contrada
Borgognone e la contrada Francisi.
Il castello di San Marco continuò a rimanere nelle mani di questi feudatari,
oriundi provenzali, coi discendenti di Luigi Shabran, che furono
insieme conti di Ariano e di Apice e baroni di San Marco dei Cavoti.
A Luigi succedette nel 1404 Algiasio, e a costui nel 1410
il figlio Ermengano. Quest'ultimo, nella volubile politica di
Giovanna II, ad un certo momento si trovò in opposizione con la stessa
e fu dichiarato notorio ribelle. In seguito a ciò, il feudo fu occupato
dalla Corte regia e poi, nel 1417, donato a Francesco Sforza Attendolo.
Da allora s'interruppe l'influsso vitale dei Provenzali in San Marco
e un po' alla volta si velarono i ricordi delle sue origini.
Certamente i cittadini di oggi non discendono da quegli antenati. Non
c'è una linea di continuità etnica, ma c'è quella della memoria storica,
che porta alla salvezza del senso della tradizione e della identità
comunitaria.
La linea che si cerca di recuperare, malgrado la frammentarietà dei
reperti oggettivi, è quella del recuperò ambientale e urbanistico unitamente
allo studio dell'aspetto economico e sociale.
Così usi e costumi, convenzioni e consuetudini, miti e riti rivivono.
E, anche se non sono più gli stessi, anche se gli uomini di oggi si
sentono e sono diversi nei pensieri e nei comportamenti, è pur sempre
un recupero di ricchezza perduta riscoprire le proprie fattezze di un
tempo soprattutto attraverso il recupero del centro storico.
Il feudo di San Marco, facente parte del contado di Morcone,
nel 1435 venne tolto da Alfonso I D'Aragona al conte Francesco
Sforza e, per danaro, fu concesso ad Onorato Gaetani d'Aragona,
che a sua volta lo lasciò al nipote Giacomo Maria Gaetani.
Ma nel 1504 il feudo fu donato al celebre capitano d'armi Prospero
Colonna tolto a Giacomo Maria Gaetani perché ribelle ma nel 1507
lo riebbe e lo perdette definitivamente "...pel delitto di ribellione
commesso contro Carlo V" nel 1528. Cesare Cavaniglia (Cabanillas),
pronipote di Garcìa, venuto a Napoli dalla Spagna al seguito dei re
Aragonesi, fu investito, con privilegio del 12 novembre 1528, dei feudi
di San Marco dei Cavoti e S. Giorgio la Malora per aver
servito la Spagna contro Clemente VII a sue spese.
In una relazione dello stesso anno, su richiesta imperiale, è scritto
che il feudo di San Marco "…possiede mulini, erbaggi e vigne, oliveti
e terre seminative (…); è terra fertile di cereali, (…) possiede 287
fuochi. Frutta al barone ogni anno 436 ducati (…); frutterebbe a
vendere questa terra, per essere molto incivilita, 12.000 ducati d'oro".
A Cesare Cavaniglia successe Marcello, che cedé la terra
di S. Giorgio al fratellastro Scipione Gaetani d'Aragona, lasciando
per sé il feudo di San Marco e nel 1560 ebbe da Filippo II il
titolo di MARCHESE e per aver servito la Spagna nella guerra presso
il fiume Tronto contro i francesi condotti dal duca di Guisa.
Egli in San Marco fondò la chiesa della SS. Annunziata (oggi
del Carmine) e introdusse l'ordine dei Domenicani.
A Marcello tenne dietro una sequenza di successori della stessa
famiglia spagnola, che si spense con Carlo Onero II, morto nel
1792 all'età di 22 anni senza testamento e il marchesato passò a Maria
Felice Onero Cavaniglia, sorella da parte di padre, moglie di Nicola
Caracciolo I, duca di S. Vito e da lei al figlio primogenito Emmanuele
Caracciolo, il quale morì celibe nel 1816 e il marchesato passò
così a Lelio Caracciolo I e da questo a Nicola Maria Caracciolo
II (1843), che morì senza figli, passando al fratellastro, secondogenito, Giovanni Vincenzo Caracciolo (1854) ed alla sua morte, nel 1869,
il titolo di marchese fu ereditato dal primogenito Lelio Caracciolo
II.
La divisione dei beni di Carlo Onero Cavaniglia II tra i vari
eredi era stata effettuata il 1° aprile 1830 ed a Lelio Caracciolo I,
maggiore erede, erano toccati 10.000 moggia di terreno insieme al titolo
nobiliare di marchese. E già il 21 febbraio dell'anno successivo aveva
ceduto, in piena proprietà, al sammarchese Federico Ielardi il diritto
di terraggiare su 4.500 moggia di terreno per 4.275 ducati. Diverse
furono, in seguito, le liti tra i Caracciolo e il comune di San Marco
dei Cavoti presso la Commissione feudale per l'applicazione della convenzione
firmata nel 1804, relativa al terraggio del granone e all'accantonamento
delle terre assegnate in piena proprietà all'Università di San Marco
dei Cavoti per una superficie corrispondente a 10.290 teste di pecore
pascolanti.
Il COMUNE, in seguito alla Legge 2 agosto 1806, venne
a far parte del Circondario di San Giorgio la Molara, del Distretto
di Ariano Irpino e della Diocesi di Benevento.
Negli anni successivi, a seguito delle confische dei beni ecclesiastici,
anche in San Marco fu chiuso il secolare convento dei Domenicani, che
era stato a lungo punto di riferimento per la vita civile della Comunità.
L'attuale proprietà terriera di San Marco dei Cavoti è il risultato
di un lento sfaldamento della proprietà feudale prima, della proprietà
ecclesiastica poi e, infine, della proprietà privata.
Anche a San Marco dei Cavoti, come altrove, vi furono usurpazioni di
beni demaniali nel quadro delle quotazioni avvenute per iniziative promosse
dai governanti.
Si verificò, così, dal punto di vista sociale, la trasformazione delle
vecchie famiglie dei locati in 'galantuomini'.
Col Decreto del 17 febbraio 1861, emesso dal principe di Carignano, Eugenio di Savoia, fu stabilita la Circoscrizione della provincia
di Benevento di cui San Marco venne a far parte.
Lo stato di confusione, successivo all'unificazione, associato alla
miseria, favorì nelle nostre zone il brigantaggio.
Infatti, il 6 agosto dello stesso anno divampò anche in San Marco dei
Cavoti la reazione contro il nuovo assetto politico-amministrativo dell'Italia
appena unita. Il Comune venne assalito ed incendiato per cui andarono
perduti tutti i documenti ivi custoditi.
Per domare le rivolte scoppiate un po' ovunque nel Fortore, contro il
nuovo sistema governativo introdotto dai piemontesi, venne stanziato
in San Marco un comando di bersaglieri.
Intanto il primo segno dei tempi che stavano cambiando fu l'introduzione
nella Comunità sammarchese di un Regolamento di Polizia urbana, rurale
ed edilizia, che regolamentava i rapporti pubblici e privati dei
cittadini con la collettività. Esso era stato progettato già nel 1868
e approvato in via definitiva il 22 giugno del 1872 in Roma dal competente
ministro
Durante l'era fascista San Marco
dei Cavoti visse, pur nelle condizioni generali di diffusa povertà,
un momento di vivace rinnovamento con la realizzazione di importanti
opere urbanistiche, che diedero la definitiva sistemazione al paese
così come è ancora oggi, fatta eccezione per i nuovissimi agglomerati
pur sempre posti a satellite intorno al centro.
Si edificarono opere come l'edificio scolastico, il primo nella zona,
il ponte in ferro sul torrente Tammarecchia, il nuovo cimitero.
Si costruì la rete idrica e fognaria, che finalmente portò l'acqua anche
nelle abitazioni private; si asfaltarono le principali strade interne,
come il corso Garibaldi, via Mazzini e piazza Risorgimento, già Largo
della Croce, e si provvedette alla sistemazione di via Roma, già
via Paradiso.
Oggi San Marco dei Cavoti conta 3.898 abitanti,
che godono di un discreto benessere, grazie ai notevoli ammodernamenti
dei vari settori economici, agevolati dalle sovvenzioni pubbliche.
All'attività agricola, ormai condotta con mezzi tecnici moderni, si
unisce una promettente iniziativa nel campo della produzione dolciaria,
con sei laboratori artigianali, che fanno di San Marco "il paese
del torrone" e del tessile-confenzioni con tredici fabbriche, che
occupano oltre 600 lavoratori per il 90% di sesso femminile.
San Marco dei Cavoti è noto anche per l'allevamento equino. Difatti
da circa un secolo viene allevato il cavallo Avelignese, di origine
altoatesina, per il quale, da vari decenni, è stato istituito uno dei
pochi nuclei di selezione di razza pura esistente nel Mezzogiorno ed
una stazione di fecondazione gestita dall'Istituto Ippico dello Stato.
Il rilancio di questo splendido cavallo di razza potrà far sperare in
un turismo equestre affiancato al più diffuso agriturismo.
La Spa Agip, dopo una lunga serie di indagini geologiche, con trivellazioni
in più punti, aveva messo in funzione, a ritmo intenso e continuo, in
contrada Toppo San Silvestro, un grande pozzo, che occupava un'area
di migliaia di metri quadrati di superficie, con capacità giornaliera
di estrazione di oltre 200 tonnellate di greggio, ma, per ragioni a
noi non note, ha smesso tale attività da circa otto anni ed ora i cittadini
protestano e sono oltremodo preoccupati perché a pochi metri dal pozzo
Agip c'è una sorgente che porta acqua in paese.
È stato fondato il museo degli orologi da torre,
unico in Italia, con prototipi, a carica manuale, firmati e datati,
a partire dal Settecento, opera meritoria del Maestro SALVATORE RICCI,
uomo di grande ingegno e capacità.
Queste diversificate e, per certi versi, nuove realtà economiche e sociali,
spiegano o tentano una spiegazione dei mutamenti e delle trasformazioni
in atto, che orientano il nostro paese verso uno sviluppo agricolo,
industriale, artigianale e turistico del tutto nuovo e all'avanguardia
nella Valfortore, sempre, però, ad opera della intraprendenza e dei
sacrifici di singoli cittadini.
Ma la speranza di un vero rinnovamento risiede nella maturazione di
una coscienza morale, guidata dalla conoscenza e dalla responsabilità
delle scelte: impegno che ricade non solo sugli amministratori ma anche
sui cittadini, che hanno il dovere di sollecitare e di vigilare sull'operato
dei primi.
Così San Marco, pur continuando a scontare il peso del suo passato,
ha scoperto nuove possibilità di vita, riflessi del miracolo economico
nazionale, con un rilevante incremento del reddito pro-capite e dei
consumi.
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