In molti centri rurali dell’Appennino meridionale, in cui
la coltivazione estensiva dei cereali ha a lungo prevalso sulle altre colture,
si sono diffuse tradizioni popolari e feste legate alla mietitura, momento
culminante del lavoro contadino. Infatti, nei mesi di luglio e agosto, viene
fatto omaggio ai Santi e alla Madonna di una parte del raccolto per
ringraziamento o devozione verso quella divinità che per loro ha guardato ai
campi, custodendoli da ogni calamità. Si tratta di una tradizione che assume
sostanzialmente le stesse caratteristiche in un’area che comprende il Molise,
parte dell’Abruzzo e la Campania settentrionale.
Solitamente,
durante la processione dedicata al santo venerato nel paese, vengono fatti sfilare carri carichi di covoni di grano, ma di volta in
volta le forme della devozione locale danno luogo a rielaborazioni originali. A
Ielsi (CB) i carri sfilano in onore di Sant’Anna, a Colonnella (TE) per la
Madonna del Suffragio, a Palata (CB) e a Colle Sannita (BN) per la Madonna del
Carmelo, a Foglianise (BN) per San Rocco.
A San Marco dei Cavoti la “festa dei Carri” è dedicata
alla Madonna del Carmelo, comunemente chiamata Madonna del Carmine. Nel giorno
canonicamente a lei dedicato, il 16 luglio, la raccolta del grano non era stata
ancora ultimata, soprattutto nelle contrade di montagna, per cui i
festeggiamenti si svolgono da sempre nella seconda domenica d’agosto.
La festa è legata alla congrega di Santa Maria del
Carmine e Monte dei Morti, un organismo associativo riconosciuto ufficialmente
nel 1752, che ha sempre giocato un ruolo decisivo nella vita della comunità. La
congrega, organizzata secondo una struttura gerarchica precisa, retta da un
Priore di famiglia nobile, era aperta a tutte le categorie sociali. Le famiglie
contadine che ne facevano parte avevano un ruolo particolare
nell’organizzazione della festa dei Carri.
Infatti, i ricchi massari,
contadini proprietari di terreni e allevatori di animali, che abitavano le maggiori
contrade rurali (i Cardilli e gli Ntunelli del Franzese, i Cocchi di Montedoro, i Bati e gli Sciarri di Fontecanale, i Corsi di Zenna, i Nutari di
Paolella), ricoprivano la carica di carriere, incaricandosi di allestire un
carro insieme alla propria famiglia da condurre in sfilata per le per le vie
del paese nel giorno della festa.
I contadini meno ricchi, invece, che pur possedendo
qualche terreno di proprietà dovevano ricorrere al rapporto di parsenale per assicurarsi una superficie
di terra adeguata alle proprie esigenze, solo di rado ricoprivano la carica di
carrieri. Essi partecipavano al rito dell’offerta con sacchi di grano già
trebbiato, che sfilavano sul dorso dei muli e delle giumente, agghindati con
nastri colorati e spighe. In realtà, i parsenali
minori preparavano questi sacchi per conto dei parsenali maggiori: il grano donato era, quindi, il frutto del
lavoro dei contadini sulla terra dei “signori”.
Inizialmente il carro non era di contrada ma
monofamiliare, pur considerando che i raggruppamenti familiari che ruotavano
intorno alla figura del massaro comprendevano un elevato numero di individui (50 ed oltre) che vivevano in una
stessa area rurale.
I carri venivano generalmente “caricati” la mattina della
festa con covoni (règne) ammucchiati
a regola d’arte e successivamente si riunivano all’ingresso del paese in attesa
della processione. Qui venivano giudicati in base a diversi criteri: “quantità”
e “qualità” del grano adoperato e successivamente anche “bellezza”
dell’allestimento. Non esistevano premi materiali ma il carro vincitore aveva
l’onore di sfilare subito dietro la Madonna. E non era un onore da poco a
giudicare dalle vivaci discussioni che nascevano in seguito al verdetto
insindacabile della giuria!
Dopo la messa, la statua della Madonna, vestita degli ori
degli ex voto, custoditi per tradizione dalle donne della famiglia del Priore
della Congrega del Carmine, veniva portata a spalla per le vie del paese.
Il rito dell’offerta del grano si concludeva con la
trebbiatura dei covoni caricati sui carri, che aveva luogo alcuni giorni dopo la festa nell’attuale Largo
Ariella (da ària che nella parlata
locale indica uno spazio a fondo duro usato per la battitura dei cereali) e
costituiva una nuova occasione per festeggiare il raccolto. Infatti, veniva
organizzato un pranzo a cui partecipavano tutti coloro che avevano collaborato.
Il grano trebbiato veniva poi venduto e il ricavato era utilizzato per pagare
le spese della festa.
Fino al ’62, la festa era molto sentita dai sammarchesi
che nelle annate migliori hanno partecipato alla processione allestendo 30-40
carri. Poi, dopo il terremoto, la festa è stata sospesa fino al ’68, quando fu
organizzata un’edizione speciale, con una “Sagra del grano”, durante la quale,
in una sfilata serale, i carri furono accompagnati da donne vestite in abito
tradizionale, “le pacchiane”.
In questi stessi anni, la festa iniziò a subire diversi
cambiamenti legati all’evolversi dei tempi. Il numero dei carri realizzati
iniziò a ridursi soprattutto perché, con la meccanizzazione dell’agricoltura,
il grano non era più mietuto manualmente ma era tagliato e trebbiato dalle
moderne mietitrebbiatrici. In più il vecchio carro trainato dai buoi fu
sostituito dai carri agricoli a trazione meccanica. I nuovi carri venivano
decorati ed arricchiti da paglia intrecciata e lavorata sempre più finemente
e, essendo più difficili da allestire,
non erano più familiari ma venivano realizzati dalle diverse contrade del
paese, tra le quali cominciò a sorgere anche una certa rivalità. Quindi, più
famiglie si riunivano e partecipavano prima alla raccolta del grano, appositamente mietuto a mano, e poi alla
realizzazione del carro.
All’inizio degli anni Ottanta ci fu un declino della
festa e per qualche anno non ci furono carri tant’è che si decise di dare degli
incentivi economici per rivitalizzare quest’antica tradizione.
Negli ultimi anni, accanto a quelli tradizionali, sfilano
carri non legati esclusivamente a tematiche religiose ma vere e proprie
scenografie realizzate con grano artisticamente lavorato. Oggi c’è chi
rimpiange il vecchio carro “caricato” e trainato dai buoi e chi apprezza i
recenti tentativi di accostare le antiche forme rituali con soluzioni più
moderne, nel rispetto comunque di una tradizione che, almeno a giudicare dai racconti degli anziani, è “sempre
esistita”.
A. Cavoto e M. De
Sciscio
N.d.r. - Per la stesura di questo articolo ringraziamo la prof. Anna
Colarusso, don Michele Marinella e Giuseppe Barricelli (il nostro Nonno Peppe)
per le preziose informazioni che ci hanno gentilmente fornito. Ulteriori
informazioni sono tratte dal lavoro di Bernardino Palumbo, “Madre Madrina”,
rituale parentela ed identità in un paese del Sannio (San Marco dei Cavoti).
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